Crac EcoAmbiente: così collassa il ciclo dei rifiuti


Disagi al tmb e voragini nelle casse della spa provinciale: ora si rischia il default

Sventrata dai sindaci e presa d’assalto dai creditori: EcoAmbiente, la società provinciale che gestisce l’impianto di trattamento meccanico biologico di Battipaglia, rischia di scomparire. Da una parte, i fornitori che bussano a soldi e i clienti che non pagano da anni; dall’altro lato, i capannoni e i piazzali dell’ex stir stracolmi di pattume, le vecchie apparecchiature endemicamente guaste e i quattrini per la manutenzione che non si vedono. Tra i due fuochi,  ci sono le famiglie degli 86 dipendenti della spa provinciale, da due mesi in stato d’agitazione, e il commissario liquidatore, il commercialista nocerino Vincenzo Petrosino, chiamato a mettere più d’una pezza sui conti in rosso della partecipata. E soprattutto c’è il rischio del collasso dell’intero ciclo di gestione dei rifiuti del Salernitano.

I FATTI
Ai tempi di Troia fu il tradimento d’Elena, ai primi del ‘900 l’assassinio dell’arciduca: nel 2018, invece, a Salerno, a far traboccare il vaso EcoAmbiente è una goccia che ha la forma d’una pressa. L’unica che funziona ancora a via Bosco II: serve a compattare il pattume stoccato nei capannoni e a trasformarlo in ecoballe. Intorno al 10 aprile, quella pressa si guasta, e resta fuori uso per qualche giorno. Poco meno d’una settimana e il macchinario viene riparato: nel frattempo, però, la spazzatura s’è accatastata in ogni angolo del tmb. E se ogni giorno, oltre al principale rifiuto, l’indifferenziato, si tratta tanta frazione organica stabilizzata da riempire sei camion, di mezzi ne escono la metà o poco più, nonostante, con tutta l’immondizia ammucchiata nei giorni critici nei capannoni, ad EcoAmbiente, per un mese, servirebbero quotidianamente almeno dieci tir. Quel rifiuto, il biostabilizzato, finisce ad Acerra, all’interno del termovalorizzatore della Regione, gestito dai privati della A2A: nel mastodontico impianto napoletano, però, ai primi d’aprile funzionano soltanto due linee su tre. E nell’elenco dei creditori d’EcoAmbiente, al primo posto, ci sono la giunta campana e la A2A. Tant’è che, nei giorni nei quali, tra Salerno e Battipaglia, ci si attende l’indulgenza, da Palazzo Santa Lucia arriva un bel pignoramento da 45 milioni di euro. Presso terzi: quei terzi sono i debitori d’EcoAmbiente. Ben 147 comuni sui 158 salernitani.

IL CAOS
I sindacati e i sindaci parlano d’emergenza rifiuti. È il 17 d’aprile, un martedì: il giorno che molte amministrazioni comunali dedicano alla raccolta del secco. Il tmb non regge, ed è subito emergenza. I cittadini s’infuriano, gli amministratori pure: c’è chi provvede facendo da sé. Petrosino avverte: «Ai dipendenti chiedo comprensione, ai comuni di darmi una mano; l’azienda deve vedersi garantito un buon cash-flow mensile». Un riferimento a quei municipi morosi: «Chi s’immagina di poter continuare a conferire senza pagare si sbaglia di grosso; EcoAmbiente non è un bancomat». Il commercialista incontra viceprefetti e sindaci, vede i vertici provinciali, tratta con Fulvio Bonavitacola con la mediazione del deputato Piero De Luca; pure la Cgil fa la sua parte. L’emergenza è dietro l’angolo. Il giorno dopo il faccia a faccia con il vicepresidente campano Bonavitacola, però, la direzione generale regionale preposta ai rifiuti domanda all’avvocatura di concedere una tregua ai vertici d’EcoAmbiente: “Si chiede di volersi attivare per sospendere l’azione esecutiva in corso, onde consentire alla scrivente di poter valutare insieme alla società debitrice la possibilità di un adeguato piano di rientro”, scrive la direttrice Maria Salerno. L’ultima parola, sui 45 milioni che possono salvare la spa, spetta ai legali di Palazzo Santa Lucia. E ovviamente al presidente Vincenzo De Luca.


LE CIFRE  Un patrimonio netto negativo di 8.247.211 euro. 55 volte il capitale sociale, che è di 150mila euro. La voragine EcoAmbiente, però, è molto più ampia: c’è la Regione Campania, che vanta sulla spa un credito di 30 milioni di euro, salito a quota 45 in virtù dei calcoli accessori sul capitale sociale. Dall’altra parte, 37,8 milioni di euro di crediti, vantati dalla spa provinciale su quasi tutti i comuni salernitani: 11 gli irrepresensibili; gli altri 146 devono tirar fuori i quattrini. Petrosino bussa a soldi ai portoni dei municipi, chiedendo 37.860.426,52 euro. I sindaci giocano al ribasso: soltanto un comune su quattro, finora, ha certificato il debito, ma nella maggior parte dei casi le somme riconosciute sono inferiori rispetto a quelle richieste. Le certificazioni, per adesso, si fermano a quota 6,1 milioni di euro: un sesto del credito scaduto nel 2017. E soltanto 9 amministratori su 146 hanno iniziato a pagare qualcosa. Fatture emesse e mai saldate da tantissimi municipi: sul podio ci sono Salerno, Battipaglia e Scafati. Stando ai conti dei ragionieri della società provinciale, il Comune capoluogo dovrebbe tirar fuori 4,6 milioni di euro: il sindaco Vincenzo Napoli ne certifica poco più d’1,1. Dall’amministrazione della città che ospita l’ex stir, invece, la spa provinciale esige 3,8 milioni: debiti non ancora riconosciuti dagli uffici battipagliesi, però la Francese è uno dei pochi ad aver pagato una parte (42mila euro) del discusso fatturato, ed ha in piedi una trattativa per vedersi stralciato un debito da 1,7 milioni di euro. Una triangolazione che include pure Palazzo Chigi: la Presidenza del Consiglio dei ministri deve quei soldi a Battipaglia per un ristoro ambientale del 2005, ma vanta pure dei crediti su EcoAmbiente. A Scafati dovrebbero sborsare 3,7 milioni di euro: ne hanno certificati 1,8. A ridosso del podio c’è Pagani, che ha tirato fuori poco più di 172mila euro a fronte dei 2,2 milioni che EcoAmbiente chiedeva. E poi la Agropoli di Adamo Coppola e Franco Alfieri, che non ha certificato e non ha pagato nulla, ma dovrebbe 2,06 milioni di euro: un obolo pro capite da 95,5 euro se rapportato al numero degli abitanti.


LA VOCE DEI LAVORATORI
«Lasciate in pace i rifiuti!»: la Cgil Fp affila le armi. «Col tmb chiuso, dovremmo percorrere centinaia di chilometri per conferire il pattume fuori regione: un raddoppio della spesa per i cittadini», avverte il segretario provinciale Angelo De Angelis. La legge regionale 14 del 2016, che mira alla costituzione degli Eda, gli Enti d’ambito, e al riassetto del ciclo dei rifiuti attraverso l’individuazione degli Ato, gli ambiti territoriali ottimali, prevede la salvaguardia dei posti di lavoro delle aziende provinciali che gestiscono le strutture, «ma se chiudono gli impianti pubblici come si fa?». De Angelis fa presente che «il presidente dell’Eda (Giovanni Coscia) è stato eletto a marzo 2017, ma dopo 13 mesi non c’è ancora un direttore generale che s’occupi del programma». E tira le orecchie alla Regione e alla Provincia: «Chi non è capace se ne vada!». Parole simili a quelle d’Erasmo Venosi, responsabile del comparto ambiente: «Pretendiamo la salvaguardia di tutti i livelli occupazionali, la continuità retributiva e il rilancio». Un processo che passa attraverso un accordo col principale creditore: la Regione. E Venosi chiede ai vertici regionali di rispettare le promesse: «Fulvio Bonavitacola s’era impegnato a concedere uno stralcio del 30 per cento. Con quei 10 milioni la società la si riporterebbe in bonis e si farebbe un piano di rientro». E poi, nel tmb che rischia il fermo da un momento all’altro, «ci vogliono interventi straordinari di natura economica, altrimenti si dica chiaramente alle parti sociali che si mira alla chiusura». E poi la modifica dei due punti del mandato conferito al liquidatore Vincenzo Petrosino: «Gli chiedono di cedere l’azienda al miglior offerente? Specifichino che quell’acquirente si chiama Eda. Parlano di salvaguardia parziale dei posti di lavoro? Correggano il refuso, perché la norma prevede che si tuteli tutto il personale!». Sono le due condizioni per revocare lo stato d’agitazione.

5 maggio 2018 – © riproduzione riservata
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