La superstite

[di Simone Rocchi]

Cominciò tutto con un tuono che squarciò l’oscurità. Fu come se in cielo si fosse aperta una ferita. E riflessi di luce scesero fino a noi, lungo pareti che solo allora scoprimmo essere argentate. Qualcosa calò dall’alto: capimmo subito che veniva per noi. Ne prese una decina, forse qualcuna in più; troppe, comunque, perché potessi ricordare il nome di tutte. È difficile ammetterlo, ora, con tutto quello che si è detto, ma all’epoca, una volta passata la paura, ne fummo silenziosamente contente, perché per noi aumentò lo spazio. Ma non era finita. Tornò, e con quella seconda ondata portò via Sara e Moira, che stavano sempre appiccicate; tutte pensammo che avevano dato troppo nell’occhio. Che quelle due parevano proprio fuse insieme, l’una rotondetta e l’altra magra come uno stelo, tanto che la loro forma ricordava quella di una chiocciola. Poi fu la volta di Glenda, l’unica con cui avevo stretto amicizia durante quello che, nel buio più totale, mi era sembrato un viaggio interminabile. Arrivò all’improvviso, tastò qua e là e colse le sue forme; indugiò più delle altre volte su quelle protuberanze impossibili da nascondere e alla fine scelse lei. Nella pace di quei pochi attimi di tregua capimmo che, pur lentamente, ci avrebbe trovate tutte; smettemmo di sognare, che quella esperienza, quel viaggio, avrebbe potuto essere l’inizio di qualcosa. Ma forse non lo pensammo mai davvero.
Se sono qui a raccontarvi questo, tuttavia, è perché almeno io mi sono salvata. Rannicchiata lungo le pareti e scivolata fino al più piccolo degli angoli. Il ragazzo, forse distratto, di certo con le mani ancora unte, mi ha salvato la vita con quello che ho scoperto essere un piccolo gesto quotidiano: gettando il pacchetto di patatine nel cestino.

29 gennaio 2022 – © riproduzione riservata

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